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cerco un senso alla mia vita, a questi giorni che scorrono inesorabili in questa primavera molto autunnale..
lo cerco fra i ritagli di giornale che affollano i miei cassetti, fra quel che resta dei biglietti dei concerti, lo cerco fra le foto di ieri e quelle di oggi, nel rosso scarlatto che accompagna i miei passi, lo cerco fra puttane tristi, case e spiriti, lo cerco nel coraggio di guardare in faccia tutte le brutture di questa mia amara terra e nel coraggio di continuare comunque ad amarla e di lottare e di sperare che tutto un giorno possa cambiare..lo cerco nel ricordo degli amici vicini e lontani, lo cerco negli abbracci di Paolo e nelle rare volte in cui la mia gatta mi fa le fusa...lo cerco in ogni dove e in ogni come, nei più remoti angoli, lungo le vie più imperscrutabili della mia anima..assetata di vita e di desiderio lo cerco senza sosta.e intanto assimilo, mi nutro di tutto quel che vedo, sento, tocco, assaporo.. tra alti e bassi, rimpianti e sorrisi vado avanti senza mai smettera di cercare...
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“Sono convinto che il valore poetico non sia frutto di abili compiacenze letterarie o di effetti più o meno scioccanti di parole ben formulate che possono suscitare persino delle emozioni. Per me poesia è aderenza alla vita senza filtri né riserve, la forza del pensiero davvero vissuto, l’acuta sofferenza che diventa parola o il brivido di gioia che esplode nel cuore e si liquefa nella lacrima… e’ fotografia senza cornice d’argento che riverbera ugualmente luce su un sentimento rivissuto per un attimo……..e’ delusione profonda annacquata dalla rassegnazione….. e’ gusto e disgusto. tenerezza e rabbia senza freni…….. e’ istinto, impulso. Passato e presente che si incontrano o si scontrano. Fiori di campo improvvisamente sbocciati sull’anima, grida disperate contro l’ingiustizia. Ma soprattutto è innocenza……….. la poesia è materia, materia umana come la mano rugosa del papà di Lorenzo. Molto di tutto questo è contenuto nel bellissimo testo di Jovanotti ed è per questo che Barbara Palombelli, Aldo Cazzullo, Linus ed io abbiamo deciso di premiarlo con il primo Premio Mogol. " Mogol
Leonia
La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall'involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall'ultimo modello d'apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d'ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d'imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose di ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia
sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l'espellere l'allontanare da sé, il mondarsi d'una ricorrente impurit à. Certo è che gli spazzaturai sono
accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell'esistenza di ieri è circondato
d'un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare. Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s'espande, e gli immondezzai devono arrestrare più lontano; l'imponenza del gettito aumenta e le cataste s'inalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l'arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermantazioni e combustioni. E' una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne. Il risutlato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la citt à conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d'ieri che s'ammucchiano sulle spazzaturedell'altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell'estremo crinale, immondezzai d'altre città, che anch'esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero,oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell'una e dell'altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.Più ne cresce l'altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d'anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse,allontanare i nuovi immondezzai. Italo Calvino Le città invisibili

Mi tormentavo, cercando di capire se fosse possibile tentare di capire, scoprire, sapere senza essere divorati, triturati. O se la scelta era tra conoscere ed essere compromessi o ignorare- e riuscire quindi a vivere serenamente. Forse non restava che dimenticare, non vedere. Ascoltare la versione ufficiale delle cose, trasentire solo distrattamente e reagire con un lamento. Mi chiedevo se potesse esistere qualcosa che fosse in grado di dare possibilità di una vita felice, o forse dovevo solo smettere di fare sogni di emancipazione e libertà anarchiche e gettarmi nell'arena, ficcarmi una semiautomatica nelle mutande e iniziare a fare affari, quelli veri. Convincermi di essere parte del tessuto connettivo del mio tempo e giocarmi tutto, comandare ed essere comandato, divenire una belva da profitto, un rapace della finanza, un samurai dei clan; e fare della mia vita un campo di battaglia dove non si può tentare di sopravvivere, ma solo di crepare dopo aver combattuto.
Sono nato in terra di camorra, nel luogo con più morti ammazzati d'Europa, nel territorio dove la ferocia è annodata agli affari, dove niente ha valore se non genera potere. Dove tutto ha il sapore di una battaglia finale. Sembrava impossibile avere un momento di pace, non vivere sempre all'interno di una guerradove ogni gesto può divenire un cedimento, dove ogni necessità si trasformava in debolezza, dove tutto devi conquistarlo strappando la carne all'osso. In terra di camorra, combattere i clan non è lotta di classe, affermazione del diritto, riappropriazione della cittadinanza. Non è la presa di coscienza del proprio onore, la tutela del proprio orgoglio. é qualcosa di più essenziale, di ferocemente carnale. In terra di camorra conoscere i meccanismi d'affermazione dei clan, le loro cinetiche d'estrazione, i loro investimenti, significa capire come funziona il proprio tempo in ogni misura e non soltanto nel perimetro geografico della propria terra. Porsi contro i clan diviene una guerra per la sopravvivenza, come se l'esistenza stessa, il cibo che mangi, le labbra che baci, la musica che ascolti, le pagine che leggi non riuscissero a concederti il senso della vita, ma solo quello della sopravvivenza. E così conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L'unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare."

Per amore del mio popolo non tacerò
Siamo preoccupati
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della foranìa di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Coscienti che come Chiesa «dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà».
La camorra
La camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
Precise responsabilità politiche
È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.
La camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc., non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale, per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una ministerialità di liberazione, di promozione umana e di servizio.
Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, testimonianze, esempi, per essere credibili.
Impegno dei cristiani
Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno. Dio ci chiama a essere profeti: – il profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);
- il profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
- il profeta invita a vivere, e lui stesso vive, la solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
- il profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3; Isaia 58). Coscienti che «il nostro aiuto è nel nome del Signore» come credenti in Gesù Cristo il quale «al finir della notte si ritirava sul monte a pregare» riaffermiamo il valore anticipatorio della preghiera che è la fonte della nostra speranza.
Non una conclusione ma un inizio
Appello. Le nostre «Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe».
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie e in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa; alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam 3,17-26).
Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia: «Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto e in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare sono come assenzio e veleno».
Foranìa di Casal di Principe
Testo diffuso a Natale del 1991 nelle chiese di Casal di Principe e della zona aversana da don Giuseppe Diana e dai parroci della foranìa.

Comm'è triste, comm'è amaro
Assettarse pe guardà' tutt'e ccose
Tutt'è parole ca niente pònno fa'
Si m'accido ie agg'jettato chellu ppoco 'e libertà
Ca sta' terra, chesta gente 'nu juorno m'adda da'
Terra mia terra mia
comm'è bello a la penzà'
Terra mia terra mia
comm'è bello a la guardà
Nun è overo nun è sempe 'o stesso
Tutt'e juornë po' cagnà'
Ogge è deritto, dimane è stuorto
E chesta vita se ne và
'E vecchie vanno dinto a chiesa
Cu' a curona pe' prià'
E 'a paura 'e chesta morte
Ca nun ce vo' lassà'
Terra mia terra mia
Tu si' chiena 'e libbertà
Terra mia terra mia
I' mò sento 'a libbertà.
(Pino Daniele Terra mia)
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mi piace scartare delicatamente l'involucro rosso lucido trasparente delle caramelle Rossana e lasciarmi investire da quel morbido aroma di nocciola che sa d'infanzia e di credenza della nonna..
mi piace quando la macchina scivola in una pozzanghera dando vita ad una vera e propria cascata..
mi piace quando piove ascoltare Gnossienne 1 di Erik Satie: mi piace immaginare che quelle note malinconiche prendano vita..le seguo sgusciare fuori dalla finestra, danzare con la pioggia e riempire il cielo..
mi piace mettermi lo smalto di sera, prima di andare a letto..quasi fosse un rito..il pennello che scivola lento sull'unghia colorandola di nuova vita..
mi piace la cucina speziata: il curry, la paprika, la salsa allo yogurt..
mi piace la luce che filtra attraverso le tende arancio della mia stanza..
mi piace il ticchettio del mio nuovo orologio..tic..tac..tic..tac.. e sullo sfondo la Tour Eiffel ombrelli e trench rosa...
mi piace guardare film fino a notte fonda sul divano nelle posizioni più bislacche...
mi piacciono i pantaloni di lana con il disegno a spiga..
mi piace addormenarmi fra le lenzuola impregnate del profumo della mia crema al caramello..
mi piacciono i nudi di Modigliani nel loro quasi monocromatico color albicocca..
mi piaciono i nani da giardino..
mi piace il contatto con la materialità della vita..
rosso sangue sulle mie unghie, giallo limone in bocca... negli occhi ancora il ricordo di domenica mattina..il furgoncino davanti a noi trasportava due maiali..il loro sguardo era triste e rassegnato come se fossero stati consapevoli della tragica fine che li attendeva..c'è ancora l'usanza di questi tempi, dalle mie parti, di uccidere il maiale...ricordo benissimo il tragico e truculento rito nella mia infanzia.. ricordo le grida lancinanti della poveva bestia nel momento in cui veniva preparata per la morte, come se già sapesse..ricordo che la mia bisnonna diceva sempre che chi provava dispiacere non poteva rimanere ad assistere altrimenti il maiale sarebbe morto molto più lentamente..ricordo che le donne ne raccoglievano il sangue in un recipiente, perchè si sa: del maiale non si butta niente..e infatti quel sangue veniva usato per preparare il sanguinaccio a base di cacao e frutta candita.. ricordo che rimanevo li, inebetita e inorridita, con i miei 6, 7 anni..una parte di me avrebbe voluto scappare lontano ma l'altra parte mi teneva come inchiodata attratta in un certo qual modo da quell'orrore senza sapere bene perchè.. ricordo poi che la sera si festeggiava: si invitavano amici e parenti per mangiare alcune parti del maiale appena ucciso. il mio bisnonno portava il vino fatto da lui e mio zio suonava la fisarmonica.. il ricordo è ritornato su come un rigurgito mentre fissavo quelle povere bestie ,sballotate dall'andamento ondeggiante del furgone, e mi ha lasciato un senso forte di orrore che ancora mi accompagna...
mi abbandono ad una sottile malinconia, ad una delicata saudade...
le note sofisticatamente dolci e nostalgiche di Rickie Lee Jones riempiono questo cielo ferrigno e uggioso...
e scivolo lentamente, legata al bastoncino di profumata cannella, nel the fumante...
mi nutro compiaciuta della molle pigrizia della domenica...
ON AIR: On Saturday Afternoons In 1963 Rickie Lee Jones
The most as you'll ever go
Is back where you used to know
If grown-ups could laugh this slow
Where as you watch the hour snow
Years may go by
So hold on to your special friend
Here, you'll need something to keep her in :
"Now you stay inside this foolish grin ... "
Though any day your secrets end
Then again
Years may go by
You saved your own special friend
'Cuz here you need something to hide her in
And you stay inside that foolish grin
When everyday now secrets end
Oh and then again
Years may go by













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